Mario Sasso, il tempo e il corpo

Mario Sasso è un pittore, prestato alla televisione – che ha cambiato la televisione – tornato alla pittura in forma di immagine elettronica e videoarte, e alla scultura in forma di installazioni, videoinstallazioni, sequenze quasi cinematografiche di straordinari oggetti audiovisivi e plastici, a volte anche interattivi.

È un artista, come quelli che una volta sapevano interrogare – e interpretare – i materiali e le tecniche, la luce e il colore.

Artista marchigiano trapiantatosi a Roma, ha esposto da New York a Venezia a Lugano a Mosca, e nel secolo delle avanguardie radicate nelle metropoli Sasso ha saputo – e con determinazione, voluto – lungo tutto il suo così intermediale percorso, valorizzare anziché censurare come ad altri è accaduto l’andirivieni tra la campagna (e la luce inenarrabile delle colline di Iesi), la “provincia” e la città: il cuore pulsante, eclettico e colorato, della modernità.

Le sue “mappe” – cartografie immaginarie eppure così tanto concrete – intrecciate con pennellate molto materiche di colore puro, levissime, fluide e quasi evanescenti immagini elettroniche, lo testimoniano.

Così come le sue “sigle” televisive, ideate e realizzate per la Rai: il Servizio pubblico radiotelevisivo italiano, dal 1958 ai primi anni del 2000. Brevi ma intensissime narrazioni cinematografiche, cariche di echi e riflessi dalle storie dell’arte come della musica e dello spettacolo, premonitrici di tante successive  soluzioni grafiche e pubblicitarie: le “sigle” sono state inventate da Mario Sasso. Rappresentano un “unicum” nel panorama della televisione mondiale, un vero e proprio “genere” tv tanto originale quanto mai più ripetutosi: soppiantato com’è oggi da una semplificata introduzione grafica, più effettistica che significante, del segmento di palinsesto che annunciano. Solo “segnali”, non “segni”, le sigle di oggi se confrontate con quelle di Sasso: vere e proprie, brevissime ma autonome narrazioni; intese come luoghi per eccellenza della sperimentazione e dell’esplorazione audio-visiva. Un primato e una invenzione tutta italiana; che la Rai asservita di oggi ha interrotto e cancellato dalla sua stessa memoria.

Mentre la memoria – dell’arte che ama come dei luoghi e delle persone che lo hanno toccato – per Mario Sasso è una componente necessaria della sua poetica artistica: non come nostalgia di qualcosa di perduto ma come modalità attiva di ri-progettazione del futuro. Così il digitale si incarna nella Ruota di Duchamp o nel Quarto stato di Pelliza da Volpedo; e trasforma in una “camera con vista” multimediale L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov.

La serie dei Ritratti, inaugurata alla Biennale “Arte & Comunicazione” di Roma nel 1999 con una installazione di cinque primi piani – verticali e in movimento – di altrettante giovani donne, arricchitasi in tutti questi anni di misurate quanto ulteriori varianti, approda dunque a Carrara – al Museo del Marmo – con due opere del 2010, Barattini e Ritratto di gruppo. 

Altrettante videografie, “Ritratti” nei quali la memoria si sposa con la matericità dell’immagine; e la materializzazione dell’energia dei cavatori carrarini con il tempo sospeso di un luogo che, da millenni, ha tatuato sulla propria pelle la fatica del lavoro con l’assoluta bellezza non solo dell’arte in sé quanto del processo stesso del “fare” arte.

Due monitor 16/9 in alta definizione rovesciati, verticalizzati quasi a trasformare il televisore in quadro, installati in sequenza uno accanto all’altro come in una galleria di ritratti – un tempo i nobili, oggi i cavatori – o come due sequenze di un film incorniciate in due così inconsueti fotogrammi. In entrambi i casi le opere vanno viste e “partecipate” insieme, in contemporanea: è questo il senso dell’installazione.

Il singolo e il gruppo, la forza delle mani dell’uno e i dialoghi intrecciati degli altri, memorie e presente, racconti, aneddoti, battaglie, utopie, desideri lasciati intuire; immersi nel silenzio assoluto dell’audio come nel nero assoluto che fa da fondo ad ambedue le immagini: lasciando emergere la radiosità dei volti, la danza dei gesti, la profondità delle espressioni, l’ironia di chi sa prendere le distanze anche dal fardello delle storie – artistiche, politiche, familiari – di cui si sente comunque parte.

Dalla roccia emerge la rocciosità di Barattini, la fisiognomica e intensa espressività del suo volto in primo piano, accentuata dai colori – non naturalistici, elettronici – dei suoi vestiti dalle cromaticità molto prossime a quelle delle venature del marmo appena cavato; così come la matericità della pietra è restituita dall’accentuata granulosità elettronica dell’immagine, quasi un modo per ri-attribuire plasticità (e tattilità) alla liquidità evanescente dell’immagine video.

Un tempo sospeso, un tempo moltiplicato.

Due (e più) temporalità coesistenti nella stessa immagine, due facce – quale la più “reale”, quella apparentemente più consistente o quella apparentemente più evanescente, fantasmatica? – di un “ritratto” il quale, come tutti i ritratti è impossibile: perché sempre soggettivo, parziale, “aperto”.

E quelle del gruppo, anch’esse accentuate dal rallentamento del movimento e dal senso di ulteriore sospensione percettiva che ci dà l’effetto di bassa definizione: ricreato dall’artista in un’epoca nella quale le macchine “digitali” sono costruite apposta per evitare tali corpose plasticità.

Una estetica del tempo e del corpo – nello spazio di un Museo, avvolti nella pietra, trascinati nel flusso della memoria evocata – nel quale immergersi. Liberamente.

Liberando la mente.

 

Marco Maria Gazzano, luglio 2011

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